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Mardi 15 juin 2010 2 15 /06 /Juin /2010 13:43

La Letteratura Elettronica è il nuovo che avanza nella comunicazione artistica. La Letteratura tradizionale si evolve e si trasforma grazie all'avvento delle nuove tecnologie. Alla luce dei cambiamenti in corso anche la letteratura teatrale e lo stesso teatro sta cambiando. Avendo avuto a Napoli la presenza del Napoli Teatro Festival Italia, siamo andati a vedere il lavoro delle compagnie internazionali invitate alla manifestazione e abbiamo redatto delle recensioni. I testi critici sono in  fnzione di un concetto di Teatro della ricerca e dell'innovazione che tenga conto della grande rivoluzione in corso nel campo dell'arte e che prende il nome di Letteratura elettronica.

 

Romeo and Juliet

4, 5, 6, 8 giugno / Teatro Mercadante / ore 20 (5 giugno ore 22) / durata 2 h circa
Compagnia Teatrale Europea
di William Shakespeare / regia Alexander Zeldin / nell’ambito del progetto Le Città del Mediterraneo realizzato con il sostegno di Ministero dello Sviluppo Economico, Regione Campania, Regione Sicilia / produzione Napoli Teatro Festival Italia / in coproduzione con Teatro Stabile di Napoli / in collaborazione con Young Vic Theatre / con il supporto allo sviluppo di National Theatre Studio / paese Algeria, Egitto, Francia, Inghilterra, Italia, Russia, Tunisia / lingua italiano / PRIMA ASSOLUTA

Non conoscevo Alexander Zeldin. Ammetto la mia ignoranza. Sono andato su internet e ho scoperto che era già presente su Wikipedia. “Deve essere veramente importante” ho pensato.
Sono profondamente mortificato per la mia ignoranza. Cerco di farmi coraggio dicendomi: “Mica si può conoscere tutti! Mica si può sapere tutto del teatro, specialmente quello contemporaneo… Sono un po’ demoralizzato, eppure leggo, studio, da perdere la vista, cerco di documentarmi sulle ricerche teatrali contemporanee che credo siano molto legate alle nuove tecnologie e ad un loro uso non descrittivo e illustrativo.

Alexander Zeldin. Sono molto impressionato dalla sua età: 25 anni. Devo vedere questo Giulietta e Romeo. Assolutamente. Certamente si tratta di un genio dalla carriera folgorante.

La rappresentazione teatrale finisce con un grido femminile lacerante.

(pausa)

E’ l’unica cosa che non ti aspettavi, forse l’unico momento vero della rappresentazione, il resto mi ha lasciato esterrefatto per l’atmosfera che aveva creato. Mi sembrava di stare in uno di quegli scantinati degli anni sessanta, quando noi giovani pensavamo di cambiare il mondo cambiando il testo, di sfondare la storia, di mettere in campo il grande problema generazionale che allora era veramente il problema.

Oggi i problemi sono ecologici, sociali, inter-raziali, tecnologici, ed infine forse anche economici.

Sono rimasto stupito del fatto che il giovane regista londinese avesse gli stessi problemi che avevamo noi cinquanta anni fa. I problemi del mondo di oggi lo colpiscono solo di striscio; pure quando ne parla, alla constatazione della loro esistenza non segue poi una impronta nella rappresentazione: c’è uno scollamento tra pensiero sul teatro e realizzazione teatrale.
Sembra strano, ma basta seguire l’intervista seguente per rendersi conto del ritardo culturale di cui soffre Alexander Zeldin.

 

 

 

Cerco di nuovo su Wikipedia e mi meraviglio ancora che nonostante la sua giovanissima età, e già dopo la prima rappresentazione teatrale “Il principe Costante” di Pedro Calderon de la Barca (ricordiamo l’immenso lavoro di Grotowski su questo testo nel 1965) è presente nel novero dei grandi registi e uomini illustri.
Faccio una ricerca più approfondita e noto che il pezzo è stato inserito in data recente:
Questa pagina è stata modificata l’ultima volta il 5 aprile 2010 a 17:02. Si legge su Wikipedia.
A me sembra un po’ troppo vicino alla data del festival napoletano.
A me sembra troppo strano che un venticinquenne londinese possa essere considerato un grande regista solo per una trasposizione temporale dell’opera di Shakespeare. Troppo banale. Non riesce a salvarsi nemmeno la scenografia giocata tra tappeti orientali, l’ auto distrutta e pezzi di ricambio da salone dello scasso, effetti speciali a buon mercato e l’uso ormai vecchio delle scene contemporanee. Gli attori hanno faticato non poco a recitare in italiano, molto spesso distruggendo senso e interpretazione. Sì interpretazione perché il giovane regista ha proposto chiaramente una logica recitativa basata tutta sul tradizionale concetto di interpretazione, poi per recuperare un che di moderno: il ritmo dell’opera è stato accelerato provocando in certi momenti una recitazione atletica più che drammatica. Il Grido finale della protagonista sembra in fondo una liberazione dell’attrice più che il dolore del personaggio.
Se questo giovane fosse nato a Napoli e avesse avuto un nome come Gennaro Esposito di certo oggi non starebbe nel cartellone del Mercadante, ma a guardare le auto nel parcheggio abusivo retrostante il teatro.

 

 

Lipsynch

 

Diretto e scritto da Robert Lepage
Produzione: Ex Machina/Théâtre Sans Frontières / in associazione con Cultural Industry LTD and Northern Stage / in coproduzione con Napoli Teatro Festival Italia, Arts 276/Automne en Normandie, Barbicanbite08/London, Brooklyn Academy of Music, Cabildo Insular de Tenerife, Chekhov International Theatre Festival/Moscow, Festival de Otoño Madrid, Festival Transamériques/Montréal, La Comète (Scène Nationale de Châlons-en Champagne), Théâtre Denise-Pelletier/Montréal, Le Volcan Scène Nationale du Havre, Luminato/Toronto Festival of Arts & Creativity, The Sydney Festival, Wiener Festwochen/Vienna / paese Australia, Canada, Francia, Gran Bretagna, Italia, Russia, Spagna, Stati Uniti / lingua inglese, francese, spagnolo, tedesco (con sottotitoli in italiano) / PRIMA ITALIANA

Scritto e interpretato da Rebecca Blankenship (Ada e altri), Hans Piesbergen (Thomas e altri), Sarah Kemp (Sarah e altri), Rick Miller (Jeremy e altri), Frederike Bédard (Marie e altri), John Cobb (Jackson e gli altri ), Carlos Belda (Sebastian e altri), Lise Castonguay (Michelle e altri), Nuria Garcia (Lupe e altri) e da Marie Gignac

Un bellissimo prodotto per il mercato dello spettacolo mondiale che mutua all’interno di una trama da soap opera molte delle ricerche scenografiche meccanico-elettroniche del 900 e digitali del nuovo millennio.
Portentosa l’amalgama raggiunta dallo staff tecnico e dagli attori che Lepage mescola sapientemente sulla scena mettendo in evidenza il suo grande mestiere e l’indubbia conoscenza delle strutture teatrali e cinematografiche. Nel solco del teatro tradizionale l’interpretazione degli attori, tutti molto bravi.

La durata dello spettacolo, nove ore, mette a dura prova lo spettatore attraverso una trama ciclica che già si evince dal titolo palindromo “Ada” del primo atto (forse più propriamente episodio). Il testo, per lo più scritto dagli stessi attori, sembra costantemente essere un pretesto per giustificare gli innumerevoli effetti speciali (?) di cui il regista canadese infarcisce lo spettacolo dando costantemente l’impressione di un non definito, di un “vorrei ma non posso”, che alla fine pone troppo in evidenza i limiti dello spettacolo stesso. Esso, infatti, non riesce ad esprimersi attraverso il testo, troppo teso a giustificare gli innumerevoli effetti speciali, e non riesce a proporre un vero rinnovamento nel linguaggio teatrale a causa di un uso declassato a trompe l’oeil del linguaggio elettronico e digitale. Si rimane costantemente sospesi tra un lavoro tradizionale e un lavoro veramente contemporaneo. E’ come utilizzare le parole, le frasi, la grammatica e la sintassi di una lingua solo per meravigliare un pubblico ancora analfabeta (rispetto all’elettronica e al digitale).

Un punto certamente a favore del lavoro è costituito da una certa “ibridazione” tra linguaggio teatrale e linguaggio cinematografico. Ma anche qui si ha l’impressione che a comandare sia più il mercato dello spettacolo che non una vera e propria volontà di investigazione su questi territori del contemporaneo. L’uso di varie lingue: inglese, francese, tedesco, spagnolo, tra cui fa capolino anche un po’ di italiano, non rispetta l’attuale ibridazione delle culture nel mondo, ma ricalca la tradizionale tendenza a credere che quelle quattro lingue siano le principali della terra e come tali possano rappresentare tutte le altre.

Lo spettacolo, è stato definito dallo stesso autore come una ricerca sul valore della voce all’interno della rappresentazione teatrale e della vita “tout court”. E per fare questo mette in campo lungo la trama una serie di avvenimenti che propongono varie forme della voce: il telefono, la radio, le colonne sonore e i film muti, il playback e la post-sincronizzazione, voci che cantano, voci sintetizzate, voci della coscienza, voci dell’aldilà, voci allucinate.

Lello Masucci

 


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Dimanche 17 décembre 2006 7 17 /12 /Déc /2006 11:18
Je voudrais ouvrir une discussion sur l’art contemporain et en particulier sur les critères de sa conservation. Cela d’après ce qu’on a dit au PAN (Palais des arts de Naples) le 14-15.12.2006 pendant le forum « Documentation and contemporary languages » , et en particulier dans le workshop au titre « Art, science and tecnology » de Alain Depocas (Daniel Langlois Foudation for Art, Science and Tecnology, Montreal, Canada ) et Yukiko Shikata (NTT Intercomunication Center – ICC – Tokyo, Japan). L’art contemporain vit une période de transition épocale qui dure depuis trente ans. A niveau de produit manufacturé, l’oeuvre reste beaucoup ETEREA et quelque fois immaterielle ( voir par exemple l’art électronique) jusqu’ à mettre en crise l’ idée même du musée comme lieu de la conservation et de la réception, en le transformant en archives, un database des oeuvres.En effet le réseau Intérnet est un de ces database.La révolution électronique a permis une augmentation exponentielle d’artistes qui en utilisant les ordinateurs ont produit un nombre très élevé d’oeuvres que les mêmes CURATORI des musées ne connaissent pas. Il y a une certaine incompréhension qui partage la recherche artistique contemporaine de la critique d’art, dûe au fait que souvent les critiques, les historiens et les CURATORI n’ont pas aucune connaissence de l’électronique et de sa complète identification avec l’art contemporain.Ceci provoque des confusions dans les languages qui portent à confondre le passé récent avec le contemporain et le futur proche. Aujourd’hui l’art voyage sur des voies parallèles et très près à ceux de la science, et à une vitesse de transformation qui n’ a pas d’égaux dans l’ histoire précédente.Cela est dû à la révolution technologique, qui a la même importance de l’invention de la peinture à huile, de la presse, de la photografie et du cinéma. Mais la révolution électronique dépasse toutes les autres révolutions parce qu’elle rend accessible, grâce à ses prix et à sa facilité d’ usage, des techniques qui étaient exclusivement pour quelque élevé encore lesiècle passé. Une situation pareille modifie complètement les rapports entre l’ oeuvre et le créateur, l’oeuvre et le destinataire, l’artiste et le public. Ces chengements mettent en crise l’ idée même de musée, d’exposition, d’oeuvre. Un nouveau code s’impose pour parler d’art contemporain. C’est sur ces informations qui se concentre le problème de comment transmettre aux POSTERI le travail artistique contemporain. Il est évident qu’ il y à des difficultés, par exemple au moment du classement des installations non-permanentes, mais la situation se fait encore plus complexe pour ce qui concerne le classement et la nouvelle jouissance dans le future des oeuvres de software-Art et d’art électronique en général. Une oeuvre électronique des premières années quatre-vingt-dix a une définition inférieure de celle des moniteurs actuels, et c’est pourquoi, sur ceux-là, elle apparaitra très petite.Pour jouir de l’oeuvre comme elle a été créée, il faut des EMULATORI qui simulent l’imperfection des vieux ordinateurs et des vieux moniteurs. (On remarque l’usage du mot « vieux » pour des oeuvres produites il y a seulement quinze ou seize ans). L’ idée de « l’interaction participative » , sur la-quelle se base une grande partie de la création en intérnet et de l’art contemporain (software open source, Linux, LICENZE Creative Commons) propose un problème différent et plus radical qui naisse d’une nouvelle jouissance de l’oeuvre d’art : aujourd’hui le public jouit de l’oeuvre en la manipulant.C’est facil à comprendre que pour une oeuvre qui naisse comme oeuvre interactive, c’est à dire une oeuvre qui est telle seulement après une manipulation du consommateur, le catalogage devient vraiment complexe.C’est donc indispensable d’ouvrir une table de discussion et de travail sur les voies actuelles de l’art contemporain, sur ses nouvelles formes de classement et sur les implications politiques qu’une tranformation pareille exige sans doutes.
Par Lello Masucci - Publié dans : lellomasucci
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